Marco Di Capua - Onorio Bravi

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Testi Critici
 
Multicolor Matrix
di Marco Di Capua

«Piccolo cosmo della pittura, dove il colore sta all’acqua come l’origine alla vita»
(Valerio Adami, Sinopie)

Le radici della mente e dell’arte sono coloratissime, la loro matrix è policroma. Possiamo esserne certi, con la certezza che otteniamo dalle inconfutabili prove dell’immaginazione. Per quanto - giacché di vere radici si tratta - scendano in profondità nella terra o in qualche altra specie di buio, ancorandoci e non facendoci debolmente oscillare come canne vuote al primo vento, esse conservano sempre un loro splendore intatto. Anzi, proprio l’assenza apparente d’aria e di luce ne smalta la forza cromatica, accrescendo, anche soltanto per via di saturazione e di accumulo, il vigore smerigliato della loro pelle. E così, al momento di rivelarsi ai nostri occhi, sprizzano meraviglie. Qualcosa mi dice che perfino “lapilli e lava” è l’espressione che potrebbe andar bene per definire ciò che di lento e incandescente sgorga e si espande ogni volta dai quadri di Onorio Bravi, e arrossa le nostre retine. Ciò benché sulla piattissima pianura dove vive e intensamente lavora questo pittore - luogo che per estensione fisica di metafora equivale alla pezzata superficie, risolutamente piatta anch’essa, di uno sconfinato quadro astratto - non si scorga all’orizzonte nemmeno una collina, figurarsi un vulcano. Però, davvero, me ne stavo piacevolmente seduto e immobile come una pianta padana nello studio di Onorio, e in compagnia di Marisa Zattini guardavo i molti, ultimi dipinti - «nella vita sono uno lento, in pittura la mia azione è veloce», mi dice lui, a proposito di movimento - quando ho pensato a come lo stupefacente andamento della cultura estetica contemporanea ripetutamente ci avvisi di stare in guardia, di diffidare, perché intridere un foglio o una tela di colore - intriderli a profusione e “a mano” intendo, vederli vivere e agire imprevedibilmente, non variando e moltiplicando su larga scala uniformi colori “applicati” - cioè affidando proprio a quel colore tutto quel che si può o si sente, è un gesto ormai raro, per alcuni - circa i quali il più mansueto tra noi abbia almeno un po’ di misericordia - perfino incomprensibile, indecifrabile.




Un tempo, non molto tempo fa, le famiglie italiane, contemplando non senza un certo orgoglio la raccolta completa di massicci contenitori marroni, con lettere dorate sopra i dorsi, che metodicamente avevano collezionato e impilato sugli scaffali delle loro scarne librerie, potevano a buon diritto credere che tutta l’arte passata, presente e con ogni probabilità anche futura fosse opera di indiscutibili “maestri del colore”. Ce li ricordiamo quei fascicoli? Ma sì. Mai fatti, mai più, di così perfetti. Oggi, un maestro del colore che si metta in fila per un importante riconoscimento curatoriale è facile che si veda furbescamente scavalcato dal guru della provocazione rivoltante e da quello dell’installazione spiritosa. Allegrissimi pois o biancheggianti mucche in formaldeide ridurranno quasi a zero le sue possibilità di incarnare lo spirito dei tempi. Anche se potrà constatare quanto un solitario riflesso del tempo dello spirito resti dalla sua parte, e cada obliquo sul suo lavoro, illuminandolo. Una Ravenna intimissima, simultaneamente ombrosa e radiante oggi suscita le fraterne energie e il reciproco rispecchiamento dei bei versi di Nevio Spadoni e dei quadri di Bravi, per un uno-due denso, serrato capace di mandare al tappeto ogni forma di irreprensibilità trendy o global, così per bene, così insipida. È arte al quadrato se così si può dire, a denominazione d’origine controllata, produzione a chilometri zero, d’alta qua- lità - perché più vicino è, meglio è - italianissimamente feconda e radicata, un po’ come, fate conto, la generosa esistenza di certi meravigliosi, famosi vitigni che se li sposti anche solo di qualche chilometro non è sicuro che poi riconoscano l’aria che spira, la chimica speciale della terra, e che quindi ridiano il meglio di sé.
E il suo meglio Bravi lo trova in un espressionismo che da esplicite e così riconoscibili fonti tedesche (guardate le xilografie di Onorio e mi darete maggiormente ragione), da quel tipo di esercizi di ammirazione e adesione stilistica, si smarca verso zone molto più personali e visionarie, da chiostro, arcata, loggia, torre, piazza notturna, rintocco di campana, spremendo tutti i suoi toni più violenti a un Oriente burrascoso, come se l’espressionismo fosse costretto a retrocedere lungo una fantastica, sferragliante linea B della pittura: da Berlino a Bisanzio.
Per questi piccoli quadri, concentrati e strutturati come formelle «hanno fatto da cardine gli elementi ravennati», spiega Onorio. Alle celeberrime architetture, evocate per lampeggiamenti, si unisce la città nascosta, come in una mappatura della Ravenna del cuore, un’esultante geografia della segretezza; dove la parola “finzione” si arrende ed è sbattuta fuori, a mani alzate, dalle pareti tra le quali sta ogni vera arte, che è sempre, magari in qualche suo oscuro modo, esperienza vissuta davvero.
La tecnica di Bravi è una combinazione di terre, acrilici, tempere; questa volta sono entrati in gioco anche gli ori e i bronzi per un tipo di stesura stratificata che connette la pittura alla scultura, giacché ogni cosa qui sembra plasticamente modellata nel colore. Con ogni evidenza, si richia- mano al gesto della scultura, quello del ‘levare’, anche i graffiti e le xilo- grafie. L’effetto complessivo è quello di farci sporgere sui bordi ondulati di un mondo surriscaldato e dunque in continua trasformazione, dove nulla è puro ma tutto legato al tutto, tra placche cromatiche strappate a qualche deriva e costrette a rinsaldare una scena. Bravi individua rapidamente delle masse, e a queste sottomette le figure. Gli spazi della natura, una pianura, gli alberi, e anche gli edifici, le architetture, un varco scuro spalancato come una bocca, sembrano pulsanti organi vitali, che so, cuori, polmoni, stomaci: accolgono profili di corpi umani come se li stessero digerendo, proteggendo. O creando. Me lo disse una volta un monaco del Monte Athos al quale avevo inopinatamente chiesto cosa ci facesse ore e ore in chiesa. «Proprio nulla, me ne sto lì, come un feto nel grembo della madre».


 
 
 
 
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