Alberto Giorgio Cassani - Onorio Bravi

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Testi Critici
 
Da Sidonio Apollinare a Michelangelo Antonioni
di Alberto Giorgio Cassani

«Ever let the Fancy roam, Pleasure never is at home»
(John Keats, Fancy, 1819)

Oggi può apparire strano, ma in passato è esistita una Ravenna “fantastica”. È una città forse molto lontana, certamente “invisibile” a noi che vi abitiamo in questo faticoso inizio di secondo millennio - ma forse non ai poeti ed agli artisti -, di cui, però, per chi la vuole seguire, rimane qualche traccia. Va prima detto che il fantastico deriva dalla facoltà immaginativa della fantasia che, dopo Immanuel Kant,1 ma soprattutto dopo i romantici, è da considerare la facoltà più alta della creatività umana e che, dunque, siamo ormai lontani dalla condanna platonica della μίμησις φανταστική (l’imitazione fantastica) a favore della μίμησις εἰκαστική (l’imitazione icastica).2
La prima traccia è quella descrizione, per certi versi insuperabile, di Sidonio Apollinare, nobile gallo-romano del V secolo, vescovo di Alvernia e poi santo, nato a Lungdunum (l’odierna Lione), nel cuore dell’allora Gallia, di passaggio a Ravenna e diretto a Roma nel 467, riportata in una lettera all’amico Candidianus, cesenate di nascita, che nella nostra città, all’epoca, dimorava. Con caustica ironia, Sidonio, mostrava:
«In qua palude indesinenter rerum omnium lege perversa muri cadunt aquæ stant, turres fluunt naves sedent, ægri deambulant medici iacent, algent balnea domicilia conflagrant, sitiunt vivi natant sepulti, vigilant fures dormiunt potestates, fænerantur clerici Syri psallunt, negotiatores militant milites negotiantur, student pilæ senes aleæ iuvenes, armis eunuchi litteris fœderati».3



Concludendo così: «Tu vide qualis sit civitas [...] quæ facilius territorium potuit habere quam terram».4 Sidonio dipinge magistralmente una Città delle Antitesi, una Città alla Rovescia, dove nulla è come dovrebbe essere. Al tempo stesso, la sua Ravenna potrebbe occupare benissimo la casella numero cinquantasei delle citatissime, di là da venire, Città invisibili di Italo Calvino,5 uno dei non numerosi scrittori fantastici italiani, con Giacomo Leopardi,6 Igino Ugo Tarchetti, Arrigo Boito, Dino Buzzati, Tommaso Landolfi e Antonio Tabucchi.7
L’altra traccia ce l’ha lasciata, molti secoli dopo, Jorge Luis Borges - scrittore fantastico per eccellenza, assieme all’amico Adolfo Bioy Casares e a Julio Cortázar - nel racconto Historia del Guerrero y de la cautiva, una delle tante perle contenute in El Aleph:
«Las guerras lo traen a Ravena y ahí ve algo que no ha visto jamás, o que no ha visto con plenitud. Ve el día y los cipreses y el mármol. Ve un conjunto que es múltiple sin desorden; ve una ciudad, un organismo hecho de estatuas, de templos, de jardines, de habitaciones, de gradas, de jarrones, de capiteles, de espacios regulares y abiertos. Ninguna de esas fábricas (lo sé) lo impresiona por bella; lo tocan como ahora nos tocaría una maquinaria compleja, cuyo fin ignoráramos, pero en cuyo diseño se adivinara una inteligencia inmortal. Quizá le basta ver un solo arco, con una incomprensible inscripción en eternas letras romanas. Bruscamente lo ciega y lo renueva esa revelación, la Ciudad. Sabe que en ella será un perro, o un niño, y que no empezará siquiera a entenderla, pero sabe también que ella vale más que sus dioses y que la fe jurada y que todas las ciénagas de Alemania».8
«Un conjunto que es múltiple sin desorden» - «un insieme che è molteplice senza disordine»: la Perfezione, in pratica, qualcosa che va oltre la dura realtà delle cose, fatta inevitabilmente d’incompiutezza. Ecco come appare Ravenna agli occhi del barbaro Droctulft, che sceglie di “tradire” (?) i suoi per passare dalla parte della città assediata.
Da questo occorrerebbe ripartire. Forse non è molto per i nostri occhi annebbiati (ça va sans dire, a Ravenna) dall’abitudine della quotidianità, dal fastidio della ripetizione degli stessi gesti, dallo spleen della vita che c’ingrigisce fuori e soprattutto dentro.
Occorrerebbe ricominciare anche da tutte le ulteriori “Ravenne” descritte e viste con gli occhi di altri, dei viaggiatori, degli stranieri, che da queste parti sono passati, nei secoli, anche se non per muoverle guerra, come Droctulft. Uno di questi viaggiatori qui ci è morto, come si sa. È uno dei due miti di Ravenna (l’altro è un lord che amava pure lui le pinete), e lo è anche del già citato Borges che, proprio nel racconto del guerriero Droctulft, immagina un legame di sangue tra i due, chiarendoci anche, era rimasto un interrogativo sospeso, che Droctulft,
«No fue un traidor (los traidores no suelen inspirar epitafios piadosos); fue un iluminado, un converso. Al cabo de unas cuantas generaciones los longobardos que culparon al tránsfuga procedieron como él; se hicieron italianos, lombardos y acaso alguno de su sangre - Aldíger - pudo engendrar a quienes engendraron al Alighieri [...]».9
Droctulft, dunque, come antenato-anticipatore della decisione di Dante di scegliere Ravenna come suo “ultimo rifugio”.10 Ravenna come Paradiso, tramite la Pineta di Classe? L’Alighieri avrà certamente contemplato la “visione” di sant’Apollinare nella Basilica di Classe, ma non ne ha tratto ispirazione, dato il naturalismo che sprigiona dal mosaico e invece l’astrazione delle sue ultime cantiche.
Ma siamo così sicuri che il termine “fantastico” si addica a queste due descrizioni? Vediamo di verificarlo mediante alcune definizioni ormai classiche del termine. A cominciare da quella di Pierre-Georges Castex, secondo cui il modo o genere fantastico «è caratterizzato da un’intrusione repentina del mistero nel quadro della vita reale»;11 per passare a Roger Callois, per il quale:
«Il fantastico manifesta uno scandalo, una lacerazione, un’irruzione insolita, quasi insopportabile nel mondo della realtà. [...] Il fantastico è dunque rottura dell’ordine riconosciuto, irruzione dell’inammissibile all’interno dell’inalterabile legalità quotidiana, e non sostituzione totale di un universo esclusivamente prodigioso all’universo reale».12
Per finire con Tzvetan Todorov, il primo (e forse insuperato) ad aver teorizzato la presenza del tema nella letteratura mondiale dall’Ottocento ad oggi: «Il fantastico, è l’esitazione provata da un essere il quale conosce soltanto le leggi naturali, di fronte a un avvenimento apparentemente soprannaturale».13
Il fantastico, dunque, avrebbe a che fare con qualcosa di sconcertante, come aveva ben capito Sigmund Freud, analizzando, da par suo, il racconto, “fantastico” per antonomasia, di E.T.A. Hoffmann, Der Sandmann (L’Orco Insabbia) del 1817, nel suo saggio fondamentale intorno, appunto, a questo tema: Das Umheimliche (1919),14 Il perturbante.
È capace, Ravenna, di tanto? Sull’esperienza visiva di Carl Gustav Jung, sicuramente. È ormai celebre l’episodio avvenuto durante una delle due visite ravennati15 del grande psicoanalista svizzero, che credette di vedere, all’interno del Battistero Neoniano, la figura di Cristo che soccorre Pietro - in realtà inesistente nei mosaici della cupola. Ma già prima di avere la famosa “visione”, la vista della «tomba di Galla Placidia»16 lo aveva «profondamente turbato».17 Dunque, già un preannuncio - freudiano, il che per uno junghiano non è male - del “fantastico”. Ma l’evento perturbante avviene nel Battistero:
«Ero piuttosto sorpreso perché al posto delle finestre che ricordavo di aver visto nella mia prima visita, vi erano ora quattro grandi mosaici di incredibile bellezza, e che a quanto pareva avevo completamente dimenticati. [...] Il quarto mosaico, sul lato occidentale del battistero, era il più efficace. Lo guardammo18 per ultimo. Rappresentava Cristo che tendeva la mano a Pietro, mentre questi stava per affogare nelle onde. Sostammo di fronte a questo mosaico per circa venti minuti [...].
Quando ero di nuovo in patria, chiesi a un mio conoscente che andava a Ravenna di procurarmi le riproduzioni. Naturalmente non poté trovarle, perché poté constatare che i mosaici che io avevo descritto non esistevano! Nel frattempo avevo già parlato, in un seminario, della concezione originaria del battesimo, e in tale occasione avevo anche menzionato i mosaici che avevo visto nel Battesimo degli Ortodossi. Il ricordo di quelle immagini è per me ancora vivo. La signora che era stata lì con me lungamente si rifiutò di credere che ciò che “aveva visto con i suoi occhi” non esisteva.
[...]
Questa esperienza di Ravenna è tra gli avvenimenti più strani della mia vita.
[...]
Dopo la mia toccante esperienza nel battistero di Ravenna, so con certezza che un fatto interno può apparire esterno, e viceversa. Le mura stesse del battistero, che i miei occhi fisici necessariamente vedevano erano coperte e trasformate da una visione che era altrettanto reale dell’immutato fonte battesimale. Che cosa era veramente reale in quel momento?».19
Se tanto Ravenna ha potuto su una delle menti più grandi del Novecento, perché non dovrebbe poter succedere anche a noi? Ma ciò sembra più facile ad ipotizzarsi che a riscontrare nella realtà. Dicevo, prima: forse solo i poeti e gli artisti ne sono capaci. Potremmo citare la «Ravenna, glauca notte rutilante d’oro...» del vate D’Annunzio.20 Ma qui ripeterei soltanto quello che altri hanno già sondato. Con un’unica, grande, eccezione: il poeta francese Yves Bonnefoy, forse il sommo tra i poeti viventi, che a Ravenna ha dedicato più di mezzo secolo fa - ma, per la poesia, il tempo non è nulla - un magnifico saggio, Les tombeaux de Ravenne.21 Qui, in un serrato confronto coi sarcofagi ravennati, tra pietra, ornamento, reale e concettuale,22 il Poeta fa spazio alla sorpresa dell’inaspettato - non è la quintessenza del modo fantastico? - che solo il reale porta con sé. A Ravenna, Bonnefoy scopre «l’affiorare di un altro regno».23 Ravenna, come forse qualunque città che ha attraversato i secoli o i millenni, è quel «mondo sensibile che è lontano da noi come una città proibita»,24 ma che è anche «in ciascuno di noi come una città possibile».25 In questa ricerca, Bonnefoy rinviene uno dei segreti - indicibili? - dell’architettura, l’origine stessa della res ædificatoria: l’arte di costruire è stata inventata dagli uomini «per intuizione del valore sacrificale d’un luogo».26 L’architettura come “lampada del sacrificio”, come aveva capito perfettamente il “fantastico” John Ruskin.27
Più che guardare al genere delle Città fantastiche,28 dunque, per poter vedere coi nostri occhi ciò che di immaginario Ravenna ci può rivelare (naturalmente in modo inaspettato e con una certa dose di inquietudine, altrimenti il modo del fantastico non si produrrebbe), dobbiamo acquisire lo sguardo del poeta e dell’artista. Quello sguardo che possedeva, in larga misura, anche Michelangelo Antonioni. Il grande regista ferrarese (e Ferrara non è forse città fantastica, vedi Giorgio de Chirico?) è l’ultimo ad aver scorto il fantastico che Ravenna nascondeva.29 A comprovarlo, basterebbero i minuti iniziali de Il deserto rosso (1964). Chi, se non un poeta visionario, poteva mostrarci le ciminiere dell’A.N.I.C., vibranti per l’effetto del fenomeno chiamato “Fata morgana”, come se fossero i minareti di una fantastica città delle Mille e una notte? Una città sospesa tra sogno e realtà - anche dura, come nel caso delle industrie della chimica e delle presunte “magnifiche sorti e progressive” (e qui ritorna Leopardi) della Ravenna degli anni Sessanta; una città che non c’è più e che però ha lasciato un vuoto di fantasia che non è facile riempire.
La Ravenna attuale è Paradiso (come per Dante?) o Inferno? Difficile rispondere. Chiediamolo, di nuovo, ai poeti e agli artisti (Giuseppe Maestri, scomparso sei anni fa, ci ha già fornito la sua risposta30). Noi, che non siamo né gli uni né gli altri, lasciamo volentieri la risposta al “fantastico” Calvino:
«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».31

Note
1. Cfr. IMMANUEL KANT, Anthropologie in pragmatischer Hinsicht (Antropologia dal punto di vista pragmatico), 1798 e Kritik der Urteilskraft (Critica del giudizio), 1790. 2. Cfr. FRANCESCO ADORNO, s.v. «Platone e Aristotele», in Enciclopedia dell’Arte Antica Classica e Orientale, vol. VI, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, 1965, pp. 226-243. 3. Epistolæ, I, 8, 2-3, ed. cons.: SIDONIUS, Poems and Letters, with an english Translation, Introduction, and Notes by W.B. Anderson hulme Professor of Latin in the University of Manchester, in two Volumes, I. Poems, Letters, Book I-III, London, William Heinemann Ltd. & Cambridge, Massachusetts, Harward University Press, MCMLXIII, pp. 380 e 382. 4. Ibid., p. 382.
5. Cfr. ITALO CALVINO, Le città invisibili, Torino, Einaudi, 1972. 6. Cfr. Giuseppe Sandrini, Le avventure della luna. Leopardi, Calvino e il fantastico italiano, Venezia, Marsilio, 2014. 7. Sul fantastico, come genere o modo letterario, si vedano, oltre ai classici sotto citati, almeno: REMO CESERANI, Il fantastico, Bologna, Il mulino, 1996; STEFANO LAZZARIN, Il modo fantastico, Roma-Bari, Editori Laterza, 2000; VITTORIO RODA, Studi sul fantastico, Bologna, CLUEB, 2009. 8. Historia del guerrero y de la cautiva, ed. cons. in JORGE LUIS BORGES, El Aleph, Madrid, Alianza Editorial, 1971, 1998, pp. 55-61: 57 (trad. it. cons. a cura di Tommaso Scarano, Traduzione di Francesco Tentori Montalto, Milano, Adelphi, 1998, pp. 42-46: 43: «Le guerre lo portano a Ravenna e là vede qualcosa che non ha mai visto, o che non ha visto pienamente. Vede il giorno e i cipressi e il marmo. Vede un insieme che è molteplice senza disordine; vede una città, un organismo fatto di statue, di templi, di giardini, di case, di gradini, di vasi, di capitelli, di spazi regolari e aperti. Nessuna di quelle opere, è vero, lo impressiona per la sua bellezza; lo toccano come oggi ci toccherebbe un meccanismo complesso, il cui fine ignoriamo, ma nel cui disegno si intuisse un’intelligenza immortale. Forse gli basta vedere un solo arco, con un’incomprensibile iscrizione in eterne lettere romane. Bruscamente, lo acceca e lo trasforma questa rivelazione: la Città. Sa che in essa egli sarà un cane, o un bambino, e che non potrà mai capirla, ma sa anche che essa vale più dei suoi dèi e della fede giurata e di tutte le paludi di Germania»). 9. Historia del guerrero y de la cautiva, cit., p. 58 (trad. it. cit., p. 44: «Non fu un traditore (i traditori non sogliono ispirare epitaffi pietosi), fu un illuminato, un convertito. Alcune generazioni più tardi, i Longobardi che avevano accusato il disertore, procedettero come lui; si fecero italiani, lombardi, e forse qualcuno del loro sangue - un Aldiger - generò coloro che generarono l’Alighieri...»). 10. Il riferimento è chiaramente al lungo saggio di Corrado Ricci, L’ultimo rifugio di Dante Alighieri, con illustrazioni e documenti, Milano, Ulrico Hoepli Editore-libraio della Real Casa, 1891, riedito, rivisto, nel 1921. 11. PIERRE-GEORGES CASTEX, Le conte fantastique en France de Nodier à Maupassant, Paris, Corti, 1951, p. 8, cit. in trad. it. in R. CESERANI, Il fantastico, cit., p. 50. 12. ROGER CAILLOIS, Au cœur du fantastique, Paris, Gallimard, 1965, trad. it. Nel cuore del fantastico, con una postfazione di Guido Almansi, Milano, Feltrinelli, 1984, pp. 90-92, cit. ibid. 13. TZVETAN TODOROV, La letteratura fantastica, Milano, Garzanti, 1988, p. 28. 14. SIGMUND FREUD, Das Umheimliche, in «Imago», V, n. 5-6, 1919, pp. 297-324, ora in ID., Studienausgabe, herausgegeben von Alexander Mitscherlich, Angela Richards, James Strachey, Band. IV: Psychologische Schriften, Frankfurt am Main, S. Fischer, 1970, pp. 241-274, trad. it. Il perturbante, in ID., Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, vol. I: Leonardo e altri scritti, Torino, Bollati Boringhieri, 1969, 269-307. 15. La prima avvenne nel 1913, la seconda, vent’anni dopo. 16. Erinnerungen, Träume, Gedanken von C. G. Jung, Zürich, Buchclub ex libris, 1961, trad. it. Ricordi sogni riflessioni di C. G. Jung, raccolti ed editi da Aniela Jaffé, Traduzione di Guido Russo, Milano, Casa editrice Il Saggiatore, 1965, cap. IX: «Viaggi», paragrafo 5: «Ravenna e Roma», pp. 318-323: 318. 17. Ibid. 18. Jung compie la visita in compagnia di un’amica. 19. Ricordi sogni riflessioni di C. G. Jung, cit., pp. 318-319 e 321. La spiegazione di quanto accaduto si trova a p. 320. Su questo episodio si veda ADRIAN CUNNINGHAM, Jung in Ravenna. The Vision Fades, in «Harvest. Journal of the C. G. Jung Analytical Psychology Club London», LI, fasc. 2, 2005, pp. 163-179. 20. GABRIELE D’ANNUNZIO, Le città del silenzio. Ferrara, Pisa, Ravenna, in Lavdi del cielo del mare della terra e degli eroi. Libro secondo: Elettra, Milano, Tip. Treves, 1922, pp. 152-153: 152. 21. Che costituisce uno dei capitoli de L’Improbable, Paris, Mercure de France, 1959 (L’Improbable, suivi de un rêve fait à Mantoue, Nouvelle édition corrigée et augmentée, Paris, Mercure de France, 1980), trad. it. Le tombe di Ravenna, in ID., L’improbabile, Traduzione e introduzione di Diana Grange Fiori, Palermo, Sellerio editore, 1982, pp. 5-26. 22. Cfr. ibid., pp. 9-12. 23. Ibid., p. 17. 24. Ibid., p. 18. 25. Ibid., pp. 18-19. 26. Ibid., p. 20. 27. Mi riferisco, naturalmente, a The Seven Lamps of Architecture, London, J. Wiley, 1849. 28. Su questo tema consiglio il bel libro di PAOLO PETITTO, Le città fantastiche, Presentazione di Gianni Guadalupi, con quattro disegni di Arianna Lodi, Milano, Edizioni Unicopli, 2000. Si veda anche LAURA FALQUI, Forme e materiali della città fantastica, Milano, Franco Angeli, 2009. Sul fantastico nell’architettura raccomando la bellissima silloge di saggi di GUGLIELMO BILANCIONI, Spirito fantastico e architettura moderna, Bologna, Edizioni Pendragon, 2000. 29. Mi permetto di rimandare qui ai miei studi: Il mio deserto: Note su Michelangelo Antonioni, in: Il deserto cresce... Viaggio tra simbolismo e utopia. Ravenna Festival 2005, Fusignano, Grafiche Morandi, 2005, pp. 49-57; L’altra Ravenna di Michelangelo Antonioni, in «Trova Casa Premium», n. 56, febbraio 2010, pp. 34-39; La visione del vuoto: In memoria di Michelangelo Antonioni, in: Nobilissima Visione. Ravenna Festival 2012, Fusignano, Grafiche Morandi, 2012, pp. 85-91. 30. Sull’opera di Maestri si vedano: Giuseppe Maestri, Testo di Raffaele De Grada, Ravenna, Edizioni Il Monogramma, 1995; Intervista a Giuseppe Maestri, a cura di Luca Maggio, Ravenna, Galleria La Bottega, settembre 2008, in https://lucamaggio.wordpress.com/tag/luca- maggio/page/2/; UMBERTO GIOVANNINI, Giuseppe Maestri. Ravenna senza tempo. Le incisioni, con un saggio di Alessandro Giovanardi, s.l., Vaca edizioni, 2011; Giuseppe Maestri: la “Ravenna sognata”, Intervista ad Angelina Tienghi Maestri a cura di Annamaria Corrado / Giuseppe Maestri: “Dreaming of Ravenna”, Interview with Angelina Tienghi Maestri by Annamaria Corrado, in Agenda di Ravenna. Porto d’Europa, Porta d’Oriente Edizione 2012 / Diary of Ravenna. Port of Europe, Gateway to the East 2012 Edition, Ravenna, Agenzia Image, 2012, pp. 63-64. 31. I. CALVINO, Le città invisibili, cit., p. 170.
 
 
 
 
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